venerdì 25 agosto 2017

PURA VIDA

Torno sapendo che torno. Prima di tornare però sono partita.
Avevo paura che si ripresentasse l’estate con i suoi ricordi e le sue aspettative. L’estate non perdona e non ti prepara mai all’inverno. Eppure sono salita su quell’aereo.
Il bagaglio come al solito ingombrante: due valigie, uno zaino, due barra tre cambi al giorno, almeno otto paia di scarpe tra cui delle Flip flop con il faccione asmatico di Dart Fener. Non ho scordato le protezioni, nove costumi e due paia di occhiali da sole. Praticamente il minimo indispensabile. E già avevo tolto qualcosa per dare spazio alla muta. 
Obiettivo della vacanza era sfatare il mito che i non riuscissi ad alzarmi sulla tavola da surf. Oltre alla divisa da Donna Invisibile, ho lasciato dello spazio disordinato per portare con me la stanchezza, le speranze, i dubbi, le incertezze, le paure, le domande e le partite a scacchi. Di solito queste cose trovano il loro giusto posto e peso di fronte al mare, lontano dalla gente.
Tra i buoni propositi quella di leggere le mail ogni due giorni, fancazzeggiare allegramente e scoprire Lanzarote poco a poco, sempre con il suo permesso. Come mi ha insegnato un vecchio lupo di mare svizzero trasferitosi a Ibiza in una notte di birra e musica: “Ah le isole… Non sei tu a scegliere, sono loro a scegliere te”. Una delle grandi verità che mi porto dietro. 
Prima di arrivare avevo curiosato in rete il famoso “Cose da non perdere”, ma come mio solito non ho stampato, segnato o fatto appunti a riguardo. Se ci fossimo piaciute la relazione sarebbe stata facile senza bisogno di troppe presentazioni.
L’accoglienza? Delle peggiori: freddo e vento, vento e freddo. Primo pensiero: “E in quella massa di roba nemmeno un cambio adeguato”. La muta pareva l’opzione giorno/notte migliore per non morire assiderata. Ore 21 della sera. Fame. Praticamente nulla di aperto. Cazzo. Dove siamo venuti?. La Cantina un’oasi nel deserto. Della serie cena e a letto presto. 
E se il buongiorno si vede dal mattino… Ancora vento e freddo, freddo e vento.  Ho iniziato a dubitare. Seriamente. 
Ore 12 del primo mattino: la tintarella e il caldo sembravano un miraggio. A questo punto l’unico obiettivo papabile era trovare un scuola di surf e concentrarsi sullo sport. I soliti ben informati suggeriscono di cercare la Volcano School. L’accoglienza un caloroso “Holà” montato su un sorriso bianchissimo e su due occhi verdi limpidi segnati dalle espressioni vicaci di chi ne ha viste un sacco. Sono 18 anni che Seb, francese di Bordeaux si è trasferito sull’isola, dopo aver girato il mondo alla ricerca delle onde perfette. L’ambiente è rilassato, familiare, semplice, accogliente.
Quello che ci vuole per una pippa come me che continua a inciamparsi nel suo allucione e a non tirarsi su nemmeno con l’aiuto di una gru.
La decisione è presa: da lunedì si comincia. 

giovedì 10 agosto 2017

LA FIABA DI SAN LORENZO

C’erano una volta il Regno dell’Est e quello dell’Ovest. 
Entrambi baciati dal sole, volgevano i loro sguardo al mare ed erano uniti in un abbraccio fatto di boschi e sentieri.
Quelli che per secoli erano stati regni amici e alleati nella ricerca della pace e dell’armonia si erano divisi per uni stupido screzio tra i due Re che li governavano.
Si racconta che un giorno alla presenza della Regina del Sud e del suo fascino i due litigarono perché entrambi volevano possedere il mare più blu del mondo, in cui la bella regnante avrebbe potuto trascorrere ore felici.
L’arroganza del Re dell’Est e l’orgoglio del Re dell’Ovest segnarono la fine della pace tra i due regni.
Importante per la narrazione è dire che dopo questa rottura i Re fecero educare i loro primogeniti all’arte della guerra con l’unico obiettivo di conquistare l’uno il regno dell’altro ed essere così il sovrano di tutto il mare conosciuto. 
I due giovani erano stati cresciuti come fratelli. Sin da quando erano nati avevano passato insieme le estati a giocare a nascondino tra i boschi, ascoltare il canto delle cicale e cercare ristoro nell’acqua limpida del mare. Passavano intere giornate tra le calette dei due regni per sfuggire agli obblighi regali ed essere solo fanciulli. 
Appena appresa la notizia della faida, senza nemmeno pensarci, i due scapparono di casa sicuri della meta: la Caletta della Luna, il posto dove i due regni si congiungevano. Ci vollero due giorni e due notti a cavallo per raggiungerla, ma entrambi, quasi si fossero dati appuntamento, si ritrovarono in quel posto col fiato corto e gli occhi carichi di lacrime. 
“Ti aspettavo” disse il principe.
“Sapevo ti avrei trovato qui” rispose la principessa.
Si strinsero in un lungo abbraccio silenzioso. Fu quello il momento in cui i due si resero conto che non erano più due fratelli, ma un giovane uomo e una giovane donna. 
La testa di lui sprofondò

giovedì 18 maggio 2017

SARÒ MAMMA!

Sarò mamma o forse no.
Ultimamente me lo chiedo spesso, ma non perché sia scattato l'orologio biologico o sia successo qualcosa che non mi aspettavo. 
Appassionata di sociologia mi guardo intorno e vedo una spaccatura delle trentenni di mezzo corso. Abbiamo le single dopo decenni, le neo separate, le fidanzate da una vita e le spose perfette. Tra queste dobbiamo ancora dividere tra chi ha o non ha prole.
Premetto che non vuole essere una critica, né tanto meno una presa di posizione, solo il punto di vista di chi, come me non ha ancora procreato a questa età.

Quando hai trentasei anni e non hai figli ti trovi a essere la rappresentante di una categoria ben precisa: futura puerpera attempata (dando per scontato che prima o poi ti farai fecondare).
Errato. Alle volte non filiare è una scelta, libera.
Capita, lo dico per esperienza, di trovarti al supermercato e di essere l'involontaria protagonista delle critiche della signora dei salumi: "Mio figlio ha quasi 18 anni e io sono ancora giovane, non come le donne d'oggi che aspettano di aver le ovaie rattrappite per provare ad avere figli. Non sanno cosa si perdono. Poi si lamentano che non riescono ad averli".
Tu ti guardi attorno e sei sicura che anche se non ti conosce sta proprio parlando di te. Lo sai  perché al posto di avere un carrello o almeno un cestino, hai le mani impegnate a tenere le pizzette e le patatine e ti stai domandando come impilerai il resto delle cose che ti capiteranno sotto tiro.
Sai che sta parlando di quelle come te, perché quella non è la spesa di una che deve tornare a casa e sfamare un figlio, al massimo un gatto autosufficiente.
Tu un poco umiliata cerchi di deviare rubando al volo un cestino abbandonato, ci lanci la roba e per consolarti dall'amaro giudizio voli a prendere del cioccolato col caramello, un sacchetto di Haribo e una birretta. In fondo tu non hai nessuno a cui dare il buon esempio. Al massimo farai i conti con la cellulite che però non ti giudica, anzi ti sta attaccata al sedere come un'amica fedele.

Se hai trentasei anni e non hai figli è già da un po' che hai iniziato a dividere le uscite con gli amici. Tra quelli con prole e quelli senza: raramente le cose coincidono perché giustamente "i bambini hanno le loro esigenze” e tu pensi (ovviamente nella tua testa) che tu hai le tue.
Quando esci con gli amici i mini-loro, soprattutto quelli che escono di rado e parlano ancora meno in genere si propongono tre scenari.

Scenario 1: gli amici single o che insistono a voler vivere da fidanzati nonostante siano quasi in età da pensione (tra questi mi ci metto anche io), si ritrovano a colloquiare con piccoli uomini e piccole donne abbandonati a se stessi da premurosi genitori che per una sera vogliono godersi una serata tra adulti. Sembra strano, stranissimo lo ammetto, ma anche quelli senza figli hanno piacere a trascorrere qualche ora in compagnia di amici che vedono poco, magari, e scusate se esagero, bevendo in  tranquillità un bicchiere di vino. 
Il nostro stress ovviamente non è paragonabile a quello di un genitore ti raccontano da sempre. Chissenefrega se ti sei alzata alle sei e normalmente la tua giornata non sai quando possa avere fine. Con altrettanta franchezza devo dire che spesso quelle versioni mignon di bipede sono una compagnia più interessante e frizzante di genitori lagnosi. Sono limpidi, diretti, senza filtri e dotati di quella splendida cattivissima malizia che li porta ad arrivare dritti al punto, non ancora vestiti della pudicizia del perbenismo. Forse è per quello che li stimo, forse è per questo che ci tengo  a continuare a coltivare i miei 5 anni.

Ma non perdiamo il filo.

Scenario 2: l'amica senza figli,

venerdì 5 maggio 2017

DA INSTAGRAM ALL’ANIMA, LA LINEA PERFETTA.

“Ci si può infatuare di un profilo Instagram?” si era chiesta quando si accorse che ogni giorno aspettava ansiosa un post, di quel profilo che fino a poco tempo prima le era sconosciuto, uno tra i tanti.
Non aveva un’orario, arrivava, punto. Lei controllava, aprendo e chiudendo la App, quasi a intervalli regolari, per paura di perdere quel modo di guardare il mondo. Era un mondo fatto di curve dritte e linee perfette. Uno sguardo acuto, curioso, attento al dettaglio, a ciò a cui le persone non fanno caso. Ad ogni post un commento, una citazione in cui trovare un messaggio sottile, velato ma altrettanto diretto.
In particolare la colpì un’immagine. Sembrava una chiave di violino, forse una mensola di design o la decorazione di un portone, ma Rachele aveva deciso che si trattasse di un’onda, lei ci vedeva un’onda.
Andò a leggere curiosa il testo come se già ne conoscesse le parole: 

“Aveva sempre avuto un senso dell’assurdo ben sviluppato - addirittura, direi, una filosofia che ruotava intorno al gusto dell’imperfezione, al sentimento classico del possibile, all’idea che gli dei si trastullino con noi”. Una vita sulle onde. #williamfinnegan #giorniselvaggi #surfinglife #openbookclub #bebookers #moodoftheday

Sussultò come se le avessero letto il diario segreto che  teneva al tempo del liceo, ma con una mano delicata tanto da non sembrare invadente. Prese il libro che stava leggendo perchè come un Tommaso doveva constatare che fossero le stesse parole che quel pomeriggio aveva sottolineato a matita. La piega su quelle pagine rugose e la nota sulla terza di copertina confermò l’ipotesi. Stavano leggendo lo stesso libro, facendosi impressionare dagli stessi pensieri, immaginando lo stesso mare.

Con dedizione ritagliò il tempo per aprire tutti i post, guardare attraverso i suoi occhi e immaginare tramite le sue parole.
La aveva colpita quel nick neutro come un verbo latino. Poteva essere un uomo, una donna, una giovane o un anziano. Non aveva sesso, età, mestiere o forma eppure le si arrossavano le guance ogni volta che apriva quel profilo.

Pensava che non avrebbe più sentito la primavera invadere il suo stomaco, ma improvvisa in una fredda giornata di fine febbraio il sole le attraversò l’anima. Una linea perfetta tra ragione e cuore.

Chi si celava dietro i libri di D.J. Wallace, le pagine di Carver, l’armonioso sempervivum, le corde di una chitarra, le geometrie dei palazzi, la giocosità delle città, le fragilità di chi aveva sofferto, ma credeva nell’amore cercandolo tra i colori accesi della vita e le note acute dei silenzi. Chi poteva cercare la Bellezza con lo stesso punto di vista che avrebbe avuto lei, con la stessa spasmodica ricerca dell’angolatura, la luce e le sue ombre.

Rachele aveva quasi paura a immaginare, a disegnare una fisionomia. Sicuramente una persona curiosa, attenta ma dotata di leggerezza e resilienza pensava.
Di primo acchittò immaginò un uomo. Probabilmente sui quaranta, una vita e una donna alle spalle. Non doveva essere finita bene, non per lui almeno. Un archietto, un designer o un filosofo. Le piaceva immaginare un uomo capace di essere vicino anche a chilometri di distanza, capace di grande passione e tenerezza.
Forse proprio quel romanticismo un pò vintage faceva deviare l’idea sul fatto che fosse una donna. Una lettrice assennata e una vaggiatrice per dedizione. Gioiosa e fresca come la rugiada sui mughetti. Il suo profumo ricercato, ma delicato sulla pelle bianca.
La curiosità era più forte della tenacia. Rachele cercò qualche indizio che ne potesse svelarne l’idendità. Degli occhi azzurri, mani sottili gli unici appigli di foto sfocate e mai in dettaglio.
Aveva inziato a mettere un like a ogni post sperando che si accorgesse di questa sua ammirazione. Ogni tanto tanto un commento, ma con il timore di essere come uno sconosciuto che bussa la porta con la pretesa di entrare ed essere a casa.
Rachele si sentiva ridicola all’idea di aspettare quel post, ma non poteva farne a meno. Decise di scrivergli. Poi abbandonò l’idea, che riprese con la scusa di un augurio formale per una delle tante ricorrenze sul calendario.
Riaprendo Instagram un’icona segnalava un messaggio privato. 
Il cuore iniziò a battere con la foga di chi vuole sapere e la paura di non è sicuro di voler conoscere la verità. Tanto chi stava davanti allo schermo sapeva, almeno virtulamente, sapeva chi fosse, nome e cognome inclusi.
Un click tra loro. Un grosso respiro e… “Auguri anche a te”.
Rachele sospirò sollevata, l’identità non era stata svelata. La sua fantasia poteva continuare a non avere limiti.
Come un “ciao” quotidiano si scambivano like, una sorta di caffè pagato al bar.

E’ noto che la curiosità sia femmina. Genera aspettative e a un certo punto, nonostante l’intelletto suggerisca il contrario, chiede risposte univoce e delinate.
Rachele voleva attaccarsi a una ruga, un’espressione facciale, degli occhi, una smorfia della bocca o il gesto inconsapevole di una mano.
“Vediamoci” scrisse in un giorno di pioggia che l’aveva riporata a un inverno troppo rigido per un cuore che inseguiva il sole. In un pomeriggio in cui cercava la luce.
Nessuna risposta. Rachele si convinse di avere rotto magia con quella richiesta capricciosa.
Una mattina aprile smise di piovere. Era da poco passata l’ora del secondo caffè mattutino, quella in cui di solito suona il postino.
“Domani. Mezzogiorno. Fondazione Feltrinelli. Sarò lì”.
Rachele non rispose.

Contò i passi che la dividevano dall’entrata e dalla tanto ricercata realtà. Di lì a poco avrebbe incontrato lei o lui, non importava. Avrebbero per la prima volta guardato nella stessa direzione. Una linea perfetta tra loro.
Le 11.59.
Rachele sì fermò di scatto sapendo di essere osservata e decisa voltò le spalle all’immenso edificio-acquario.  Fece uno scatto delle pareti di vetro mettendolo on line istantaneamente: 

“Nuda sei semplice come una delle tue mani,
liscia, terrestre, minima, rotonda, trasparente”. #ore12 #pabloneruda #lalineaperfetta

Aspettandoti. Dedicato a te…

mercoledì 5 aprile 2017

DIARIO DI UN CUORE/5 - TI PRESENTO LUI


Sciocco, stupido, testone. Immaturo, vanitoso e anche permaloso.
Mi chiedo come tu, che sei così sensibile e intuitivo, abbia pensato anche solo per un istante che io possa vivere senza di te. 
Tu con il tuo amico Stomaco non sapete guardare alle sfumature, nemmeno quelle che mi hai insegnato tu, come prendere le distanze per avere un punto di vista obiettivo.
Amare vuol dire anche questo, allontanarsi per capire. E io, questo ho fatto. 
Hai faticato molto in questi anni, la vita non ti ha risparmiato nulla. Le gioie ti hanno riempito, gli amori hanno dato e tolto, ma le cure e i grandi dolori ti hanno indebolito. 
Ricordi quel giorno di giugno di qualche anno fa quando ti sei letteralmente crepato?. Io perfettamente: crepe che si irradiano furenti dalle pareti al centro, per frantumarti in mille cocci di vetro. Ero sicura non avremmo più sentito nulla. Abbiamo superato anche quella, con fatica, imparando a gioire anche nell'oblio. É successo un giorno a caso quanto ci siamo sentiti dire dalla voce di una saggia "Non sei obbligata a voler bene. Non per sangue e dovere".
Abbiamo ritrovato la leggerezza. 
Ma sei cocciuto e mi lanci in imprese grandi anche per te. Ti doni, impavido senza pensare alle conseguenze. 
E allora ci ho pensato io, alle conseguenze.
Hai ragione c'è stato un altro e ci sarà ancora.