giovedì 12 aprile 2018

JE SUIS FRIDA KAHLO, MA NON AMO COME TE

Cara Frida,

sì, sei andata oltre il mito svestendoti di quell’aura di superiorità per diventare umana.
Fai meno paura, sei arrivabile, comprensibile, tangibile, fragile.
Eri mito, ora (per me) sei donna. Come me.
Credo saremmo diventate amiche, sai?. Forse esagero.
Non credo, no. Assomigli molto alle mie amiche e donne che stimo,  quelle che vengono definite “donne con le palle”.
Sono donne energiche, spavalde, forti. Hai presente quelle che ci sono sempre, che risolvo problemi e che sembra possano portare sulle loro spalle tutto il  peso del mondo senza aver bisogno di un sostegno. Ne hanno invece , per sopportare  quelli altrui e anche, dopo, i loro.
Sono quelle donne che inseguono i loro sogni, i loro ideali con la grinta degli adolescenti, che si scaldano per un torto e che non si pentono mai di quello che hanno fatto, perchè, le ha portate a essere quello che sono. 
Lamentano, in silenzio, di non poter mai essere “deboli”, perchè gli altri pensano “tanto lei ce la fa da sola”. Lo confessano quasi fosse un peccato ad altri esemplari come loro. La complicità di uno sguardo. 
Vorrebbero, ogni tanto, un aiuto, un abbraccio, un posto sicuro dove rifugiarsi. Un poco, mica tanto. 
Sono più brave a dare che a chiedere. Hanno imparato a suon di delusioni che loro sono condannate a farcela da sole. E lo fanno, solitamente col sorriso, pena e pregio di chi cerca sempre il lato positivo. 

Sono quelle stesse donne dotate di una sensibilità tale da poter essere cristalli, che si spezzano dentro e rischiano di implodere perchè accettano di vivere in pienezza, sorseggiando la vita a piene mani con l’ingordigia e la curiosità di chi non ne ha mai abbastanza. Quelle guardano al mondo con gli occhi stupiti dei bambini. Che conoscono il significato di resilienza lo applicano come un mantra nella quotidianeità e non come una parola che va di moda.

Quanta fatica dietro questi temperamenti, quanta solotudine nella moltitudine.

Perchè ti dico ciò? Mi hai stupito, cara Frida. Non mi aspettavo di uscire da una mostra con lo stomaco rivoltato e l’animo sconbussolato. La forza dei tuoi ritratti, la bellezza delle tue foto e la sofferenza del non detto ha risvegliato in me ricordi, emozioni, paure. Ho conosciuto una donna dai lineamenti decisi, ma gentili che si ritrae con tratti risoluti, squadrati, marcati come a voler sorreggere l’idea che gli altri dovrebbero avere di lei. Tanti selfie per mostrare “il lato migliore”. Ecco la tua modernità inconsapevole.

Quanto hai amato? Quanto profondamente ti sei data? Quanto hai costruito il tuo personaggio per dimostrare a un uomo, il “tuo” uomo, che come te non c’era nessuna?
Quanto cara Frida?
Mi sono fatta questa domanda per giorni. 
Nella tua storia ci ho trovato la mia, quella delle mie amiche e di tutte quelle donne che almeno una volta nella vita di sono macerate d’amore. 
No, non mi vergogno a dirlo: per un uomo si può perdere la testa, il sonno, il peso, l’obiettività, il sorriso.
In cuor nostro sappiamo che è l’uomo sbagliato, una fiera che ci massacrerà. Ma ci lasciamo corrompere nella nostra integrità da una promessa di dolcezza. 
Per donne come noi uno dei primi segnali di allerta è la voglia incontrollata di sacrificare con affetto e leggerezza un pezzetto di quella libertà a cui tanto siamo votate. 
Diego e tu, Anna e Stefano, Giorgia e Andrea, io e…
Ne avremmo di storie da raccontarci, da confrontare, da cui imparare. Tante da cui facciamo finta di prendere le distanze, ma che in cuor nostro conosciamo bene.
C’è chi promette di lasciarla “Perchè tu sei tutto, troppo e meriti di meglio. Perchè lui non è abbastanza”. E c’è del vero, ma accecate d’amore non vogliamo accettarlo.
C’è quello che 
vuole invecchiare con te, ma non può lasciare i figli e continua a fare il buon marito e padre di famiglia. C’è quello che ama solo te e si scopa tutte le altre. C’è quello che ti fa perdere la testa con le parole e veri e propri proclami d’amore  pronti a scalfire l’incertezza del domani, minata dall’inconsistenza di quelle stesse parole. Quelli che ti chiamano Amore con la facilità con cui prendono un caffè.
Ci sono quelli che hanno modo e ti rapiscono per la loro capacità di guardarti dentro, dotati, apparentemente, di rara sensibilità che di norma nasconde un grande ego e l’incapacità di vivere la realtà. 
Quello che ti ama quasi fino a morirne, ma che in fondo (nemmeno troppo) scambia l’amore con l’euforia del momento. Dimenticavo anche quello a cui diamo uno pseudonimo scemo perchè il suo non lo puoi usare.

Mi dirai che così è facile… Tutti uomini pessimi. 

Ma non mi hai fatto finire cara amica mia.
C’è anche quello che ti tradisce col silenzio. Quello affidabile, che ti ama che non ti tradirebbe mai! Non con una donna almeno. No, non parlo nemmeno di uomini. Parlo di chi tradisce la coppia nel suo voler progredire, di chi la considera

giovedì 8 marzo 2018

W le DONNE, NON TUTTE PERÒ

Auguri, ma NON a tutte le donne

Il mio augurio è per quelle Donne che amano le donne, per davvero.
Per tutte quelle che non fanno dietrologie, che si aiutano e fanno squadra, perché diciamolo, possiamo essere le peggiori nemiche di noi stesse e del nostro genere.
Combattiamo le donne che si fanno promotrici dell’orgoglio femminile e poi sono le prime a fomentare i luoghi comuni.

Alle Donne non devi dire “NON ESSERE INVIDIOSA”, ne conoscono il significato e lo aberrano.

Donna AMA la Donna nella sua Bellezza, nella sua diversità.
LOTTA contro chi vuole mortificare la tua femminilità: il nostro corpo non è un peccato mortale, lo è pensare che per essere al pari di un uomo si debba assomigliargli nei modi e nell’aspetto. Io dico: “No, grazie”. 

Rivendico la mia diversità e quella di amare la loro. 
Rivendico il diritto di essere fragile, di piangere davanti a un film romantico, di non temere la cavalleria e non aver paura che qualcuno la usi. 
Rivendico

mercoledì 8 novembre 2017

DI ONDE, ZENZERO E PISTACCHIO

Si erano conosciuti a causa delle onde. Quelle di lui arrivavano pungenti dai venti del Nord, quelle di lei da quelli caldi e insidiosi del Sud. Entrambi avevano dovuto trattenere il fiato e trovare la forza per non rimanere sul fondo e tirare fuori la testa per respirare ancora. 
Nonostante le onde avessero lasciato lividi profondi e ancora dolorosi, nulla impedì a entrambi di continuare ad amarle. Quello fu lo spunto della loro prima conversazione, che però risultò scarna di parole nonostante l’incontro fosse stato organizzato da mercanti di sogni per parlare di commercio, di seta e di conquiste. 
Era estate, e si sa, di onde sarebbe stato meglio parlarne con l’arrivo della stagione fredda.
Si salutarono con la promessa di vedersi al ritorno dei loro viaggi. 

Un giorno qualsiasi, ad un’ora qualsiasi di un pomeriggio di caldo arrivò un messaggio che parlava di punk. Asia, il cui nome era stato scelto da una madre che aveva sognato di perdersi tra le spezie e la meditazione, rimase sorpresa e rispose parlando di religione. Si ritrovarono a discutere di inverni e guerre, di terre lontane, cavalli e libri sul comodino che dovevano essere finiti. Le conversazioni si intrecciavano come un cestino di vimidi che avrebbe contenuto, per una strana serie di coincidenze, esperienze comuni, credenze, di voli persi, sogni infranti e altri da realizzare, memorie fatte di istantanee e dolori sopiti, ma impossibili da dimenticare. Durante i loro scambi epistolari avevano viaggiato per i cinque continenti senza però mai parlare di commercio. Ci sarebbe stato tempo si erano detti. Vagamondi inseguendo il sole. 

Un giorno qualsiasi di fine estate, ad un’ora tarda in una notte di luna piena Giulio scomparve, lasciando in sospeso un discorso sul cinema francese. 
Asia pensò fosse normale. Uno come lui non da il preavviso né quando parte né quando torna. Passarono giorni, notti. Giulio era volatile come la schiuma di una mareggiata. L’equinozio segnò il ritorno dell’autunno e con lui di quell’uomo silenzioso e riservato. Il messaggio questa volta aveva gli accenti dei cugini d’oltralpe, ma terminò con i suoni più accoglienti di quelli ispanici.
Era tornato, ma non per non rimanere. Forse solo per parlare, un pò.

Fu decisa una terra neutrale in cui incontrarsi. Un luogo dove trovare tutto ciò di cui si erano scambiati opinioni e di quello di cui avrebbero voluto parlare, ma non ne avevano ancora avuto il tempo. 
Girarono a lungo tra i volumi colorati e scaffali colmi di ogni tipo di letteratura per decidere di sostare davanti a un dolce alla mele, un caffè e una limonata. Conoscevano l’uno dell’altro intimi segreti e storie mai narrate, ma l’imbarazzo era quello di due sconosciuti.
Per liberarsi dalla corazza era necessario camminare. “Penso meglio quando sono in movimento” disse perentorio lui. Asia accolse la richiesta senza rimostranze, seguendo semplicemente il flusso delle cose. Fumarono tabacco che sapeva di Africa, passeggiando lenti tra le vie di una città in eterno movimento. Un alternarsi di domande e rispose, parentesi e accenni che assomigliavano più a una partita a scacchi che a una di tennis. La voglia di scoprirsi era pari a quella che si ha di non leggere troppo in fretta un libro che ti prende. Temperanza e pazienza. Si fece presto l’ora della cena e con lei la città si riprese il suo tempo e la sua frenesia. Asia lo salutò come tre ore prima, con due veloci baci sulle guance, che come la prima volta lo lasciarono fermo su se stesso come l’insetto stecco. Ancora una volta non si era parlato né di commercio né di seta. 
Asia che di natura assomigliava a uno Tzunami di entusiasmo, era stata morigerata, per lo meno così le era parso, temendo di sbeccare la ceramica di quell’uomo senza età.
Già quanti anni aveva Giulio? Spannometricamente poteva averne tra i 30 e i 50. I tratti gentili del volto e la pelle elastica avrebbero fatto pensare a un giovane uomo, mentre qualche pelo bianco e  loo sguardo vitreo di chi ha tante storie da ascoltare davanti a una bottiglia di rosso, facevano pensare a un girovago il cui tempo non seguiva le convenzioni dell’uomo. Era importante avere un numero? Ad Asia non sembrava. In effetti non le importava avere delle certezze su quell’uomo. Aveva imparato che la ricerca delle certezze spesso è il primo passo per far vacillare le fondamenta di un ponte.
Quella sera, come se fosse già stato scritto in un copione, Giulio sparì. Asia pensò fosse normale. Uno come lui non da il preavviso né quando parte né quando torna. La promessa era implicita nell’intreccio del braccialetto di filo grezzo che le aveva regalato.

Sembrava fosse passata poco  più di un’ora da quando si erano salutati che Giulio tornò.

venerdì 25 agosto 2017

PURA VIDA

Torno sapendo che torno. Prima di tornare però sono partita.
Avevo paura che si ripresentasse l’estate con i suoi ricordi e le sue aspettative. L’estate non perdona e non ti prepara mai all’inverno. Eppure sono salita su quell’aereo.
Il bagaglio come al solito ingombrante: due valigie, uno zaino, due barra tre cambi al giorno, almeno otto paia di scarpe tra cui delle Flip flop con il faccione asmatico di Dart Fener. Non ho scordato le protezioni, nove costumi e due paia di occhiali da sole. Praticamente il minimo indispensabile. E già avevo tolto qualcosa per dare spazio alla muta. 
Obiettivo della vacanza era sfatare il mito che i non riuscissi ad alzarmi sulla tavola da surf. Oltre alla divisa da Donna Invisibile, ho lasciato dello spazio disordinato per portare con me la stanchezza, le speranze, i dubbi, le incertezze, le paure, le domande e le partite a scacchi. Di solito queste cose trovano il loro giusto posto e peso di fronte al mare, lontano dalla gente.
Tra i buoni propositi quella di leggere le mail ogni due giorni, fancazzeggiare allegramente e scoprire Lanzarote poco a poco, sempre con il suo permesso. Come mi ha insegnato un vecchio lupo di mare svizzero trasferitosi a Ibiza in una notte di birra e musica: “Ah le isole… Non sei tu a scegliere, sono loro a scegliere te”. Una delle grandi verità che mi porto dietro. 
Prima di arrivare avevo curiosato in rete il famoso “Cose da non perdere”, ma come mio solito non ho stampato, segnato o fatto appunti a riguardo. Se ci fossimo piaciute la relazione sarebbe stata facile senza bisogno di troppe presentazioni.
L’accoglienza? Delle peggiori: freddo e vento, vento e freddo. Primo pensiero: “E in quella massa di roba nemmeno un cambio adeguato”. La muta pareva l’opzione giorno/notte migliore per non morire assiderata. Ore 21 della sera. Fame. Praticamente nulla di aperto. Cazzo. Dove siamo venuti?. La Cantina un’oasi nel deserto. Della serie cena e a letto presto. 
E se il buongiorno si vede dal mattino… Ancora vento e freddo, freddo e vento.  Ho iniziato a dubitare. Seriamente. 
Ore 12 del primo mattino: la tintarella e il caldo sembravano un miraggio. A questo punto l’unico obiettivo papabile era trovare un scuola di surf e concentrarsi sullo sport. I soliti ben informati suggeriscono di cercare la Volcano School. L’accoglienza un caloroso “Holà” montato su un sorriso bianchissimo e su due occhi verdi limpidi segnati dalle espressioni vicaci di chi ne ha viste un sacco. Sono 18 anni che Seb, francese di Bordeaux si è trasferito sull’isola, dopo aver girato il mondo alla ricerca delle onde perfette. L’ambiente è rilassato, familiare, semplice, accogliente.
Quello che ci vuole per una pippa come me che continua a inciamparsi nel suo allucione e a non tirarsi su nemmeno con l’aiuto di una gru.
La decisione è presa: da lunedì si comincia. 

giovedì 10 agosto 2017

LA FIABA DI SAN LORENZO

C’erano una volta il Regno dell’Est e quello dell’Ovest. 
Entrambi baciati dal sole, volgevano i loro sguardo al mare ed erano uniti in un abbraccio fatto di boschi e sentieri.
Quelli che per secoli erano stati regni amici e alleati nella ricerca della pace e dell’armonia si erano divisi per uni stupido screzio tra i due Re che li governavano.
Si racconta che un giorno alla presenza della Regina del Sud e del suo fascino i due litigarono perché entrambi volevano possedere il mare più blu del mondo, in cui la bella regnante avrebbe potuto trascorrere ore felici.
L’arroganza del Re dell’Est e l’orgoglio del Re dell’Ovest segnarono la fine della pace tra i due regni.
Importante per la narrazione è dire che dopo questa rottura i Re fecero educare i loro primogeniti all’arte della guerra con l’unico obiettivo di conquistare l’uno il regno dell’altro ed essere così il sovrano di tutto il mare conosciuto. 
I due giovani erano stati cresciuti come fratelli. Sin da quando erano nati avevano passato insieme le estati a giocare a nascondino tra i boschi, ascoltare il canto delle cicale e cercare ristoro nell’acqua limpida del mare. Passavano intere giornate tra le calette dei due regni per sfuggire agli obblighi regali ed essere solo fanciulli. 
Appena appresa la notizia della faida, senza nemmeno pensarci, i due scapparono di casa sicuri della meta: la Caletta della Luna, il posto dove i due regni si congiungevano. Ci vollero due giorni e due notti a cavallo per raggiungerla, ma entrambi, quasi si fossero dati appuntamento, si ritrovarono in quel posto col fiato corto e gli occhi carichi di lacrime. 
“Ti aspettavo” disse il principe.
“Sapevo ti avrei trovato qui” rispose la principessa.
Si strinsero in un lungo abbraccio silenzioso. Fu quello il momento in cui i due si resero conto che non erano più due fratelli, ma un giovane uomo e una giovane donna. 
La testa di lui sprofondò