mercoledì 8 novembre 2017

DI ONDE, ZENZERO E PISTACCHIO

Si erano conosciuti a causa delle onde. Quelle di lui arrivavano pungenti dai venti del Nord, quelle di lei da quelli caldi e insidiosi del Sud. Entrambi avevano dovuto trattenere il fiato e trovare la forza per non rimanere sul fondo e tirare fuori la testa per respirare ancora. 
Nonostante le onde avessero lasciato lividi profondi e ancora dolorosi, nulla impedì a entrambi di continuare ad amarle. Quello fu lo spunto della loro prima conversazione, che però risultò scarna di parole nonostante l’incontro fosse stato organizzato da mercanti di sogni per parlare di commercio, di seta e di conquiste. 
Era estate, e si sa, di onde sarebbe stato meglio parlarne con l’arrivo della stagione fredda.
Si salutarono con la promessa di vedersi al ritorno dei loro viaggi. 

Un giorno qualsiasi, ad un’ora qualsiasi di un pomeriggio di caldo arrivò un messaggio che parlava di punk. Asia, il cui nome era stato scelto da una madre che aveva sognato di perdersi tra le spezie e la meditazione, rimase sorpresa e rispose parlando di religione. Si ritrovarono a discutere di inverni e guerre, di terre lontane, cavalli e libri sul comodino che dovevano essere finiti. Le conversazioni si intrecciavano come un cestino di vimidi che avrebbe contenuto, per una strana serie di coincidenze, esperienze comuni, credenze, di voli persi, sogni infranti e altri da realizzare, memorie fatte di istantanee e dolori sopiti, ma impossibili da dimenticare. Durante i loro scambi epistolari avevano viaggiato per i cinque continenti senza però mai parlare di commercio. Ci sarebbe stato tempo si erano detti. Vagamondi inseguendo il sole. 

Un giorno qualsiasi di fine estate, ad un’ora tarda in una notte di luna piena Giulio scomparve, lasciando in sospeso un discorso sul cinema francese. 
Asia pensò fosse normale. Uno come lui non da il preavviso né quando parte né quando torna. Passarono giorni, notti. Giulio era volatile come la schiuma di una mareggiata. L’equinozio segnò il ritorno dell’autunno e con lui di quell’uomo silenzioso e riservato. Il messaggio questa volta aveva gli accenti dei cugini d’oltralpe, ma terminò con i suoni più accoglienti di quelli ispanici.
Era tornato, ma non per non rimanere. Forse solo per parlare, un pò.

Fu decisa una terra neutrale in cui incontrarsi. Un luogo dove trovare tutto ciò di cui si erano scambiati opinioni e di quello di cui avrebbero voluto parlare, ma non ne avevano ancora avuto il tempo. 
Girarono a lungo tra i volumi colorati e scaffali colmi di ogni tipo di letteratura per decidere di sostare davanti a un dolce alla mele, un caffè e una limonata. Conoscevano l’uno dell’altro intimi segreti e storie mai narrate, ma l’imbarazzo era quello di due sconosciuti.
Per liberarsi dalla corazza era necessario camminare. “Penso meglio quando sono in movimento” disse perentorio lui. Asia accolse la richiesta senza rimostranze, seguendo semplicemente il flusso delle cose. Fumarono tabacco che sapeva di Africa, passeggiando lenti tra le vie di una città in eterno movimento. Un alternarsi di domande e rispose, parentesi e accenni che assomigliavano più a una partita a scacchi che a una di tennis. La voglia di scoprirsi era pari a quella che si ha di non leggere troppo in fretta un libro che ti prende. Temperanza e pazienza. Si fece presto l’ora della cena e con lei la città si riprese il suo tempo e la sua frenesia. Asia lo salutò come tre ore prima, con due veloci baci sulle guance, che come la prima volta lo lasciarono fermo su se stesso come l’insetto stecco. Ancora una volta non si era parlato né di commercio né di seta. 
Asia che di natura assomigliava a uno Tzunami di entusiasmo, era stata morigerata, per lo meno così le era parso, temendo di sbeccare la ceramica di quell’uomo senza età.
Già quanti anni aveva Giulio? Spannometricamente poteva averne tra i 30 e i 50. I tratti gentili del volto e la pelle elastica avrebbero fatto pensare a un giovane uomo, mentre qualche pelo bianco e  loo sguardo vitreo di chi ha tante storie da ascoltare davanti a una bottiglia di rosso, facevano pensare a un girovago il cui tempo non seguiva le convenzioni dell’uomo. Era importante avere un numero? Ad Asia non sembrava. In effetti non le importava avere delle certezze su quell’uomo. Aveva imparato che la ricerca delle certezze spesso è il primo passo per far vacillare le fondamenta di un ponte.
Quella sera, come se fosse già stato scritto in un copione, Giulio sparì. Asia pensò fosse normale. Uno come lui non da il preavviso né quando parte né quando torna. La promessa era implicita nell’intreccio del braccialetto di filo grezzo che le aveva regalato.

Sembrava fosse passata poco  più di un’ora da quando si erano salutati che Giulio tornò.

venerdì 25 agosto 2017

PURA VIDA

Torno sapendo che torno. Prima di tornare però sono partita.
Avevo paura che si ripresentasse l’estate con i suoi ricordi e le sue aspettative. L’estate non perdona e non ti prepara mai all’inverno. Eppure sono salita su quell’aereo.
Il bagaglio come al solito ingombrante: due valigie, uno zaino, due barra tre cambi al giorno, almeno otto paia di scarpe tra cui delle Flip flop con il faccione asmatico di Dart Fener. Non ho scordato le protezioni, nove costumi e due paia di occhiali da sole. Praticamente il minimo indispensabile. E già avevo tolto qualcosa per dare spazio alla muta. 
Obiettivo della vacanza era sfatare il mito che i non riuscissi ad alzarmi sulla tavola da surf. Oltre alla divisa da Donna Invisibile, ho lasciato dello spazio disordinato per portare con me la stanchezza, le speranze, i dubbi, le incertezze, le paure, le domande e le partite a scacchi. Di solito queste cose trovano il loro giusto posto e peso di fronte al mare, lontano dalla gente.
Tra i buoni propositi quella di leggere le mail ogni due giorni, fancazzeggiare allegramente e scoprire Lanzarote poco a poco, sempre con il suo permesso. Come mi ha insegnato un vecchio lupo di mare svizzero trasferitosi a Ibiza in una notte di birra e musica: “Ah le isole… Non sei tu a scegliere, sono loro a scegliere te”. Una delle grandi verità che mi porto dietro. 
Prima di arrivare avevo curiosato in rete il famoso “Cose da non perdere”, ma come mio solito non ho stampato, segnato o fatto appunti a riguardo. Se ci fossimo piaciute la relazione sarebbe stata facile senza bisogno di troppe presentazioni.
L’accoglienza? Delle peggiori: freddo e vento, vento e freddo. Primo pensiero: “E in quella massa di roba nemmeno un cambio adeguato”. La muta pareva l’opzione giorno/notte migliore per non morire assiderata. Ore 21 della sera. Fame. Praticamente nulla di aperto. Cazzo. Dove siamo venuti?. La Cantina un’oasi nel deserto. Della serie cena e a letto presto. 
E se il buongiorno si vede dal mattino… Ancora vento e freddo, freddo e vento.  Ho iniziato a dubitare. Seriamente. 
Ore 12 del primo mattino: la tintarella e il caldo sembravano un miraggio. A questo punto l’unico obiettivo papabile era trovare un scuola di surf e concentrarsi sullo sport. I soliti ben informati suggeriscono di cercare la Volcano School. L’accoglienza un caloroso “Holà” montato su un sorriso bianchissimo e su due occhi verdi limpidi segnati dalle espressioni vicaci di chi ne ha viste un sacco. Sono 18 anni che Seb, francese di Bordeaux si è trasferito sull’isola, dopo aver girato il mondo alla ricerca delle onde perfette. L’ambiente è rilassato, familiare, semplice, accogliente.
Quello che ci vuole per una pippa come me che continua a inciamparsi nel suo allucione e a non tirarsi su nemmeno con l’aiuto di una gru.
La decisione è presa: da lunedì si comincia. 

giovedì 10 agosto 2017

LA FIABA DI SAN LORENZO

C’erano una volta il Regno dell’Est e quello dell’Ovest. 
Entrambi baciati dal sole, volgevano i loro sguardo al mare ed erano uniti in un abbraccio fatto di boschi e sentieri.
Quelli che per secoli erano stati regni amici e alleati nella ricerca della pace e dell’armonia si erano divisi per uni stupido screzio tra i due Re che li governavano.
Si racconta che un giorno alla presenza della Regina del Sud e del suo fascino i due litigarono perché entrambi volevano possedere il mare più blu del mondo, in cui la bella regnante avrebbe potuto trascorrere ore felici.
L’arroganza del Re dell’Est e l’orgoglio del Re dell’Ovest segnarono la fine della pace tra i due regni.
Importante per la narrazione è dire che dopo questa rottura i Re fecero educare i loro primogeniti all’arte della guerra con l’unico obiettivo di conquistare l’uno il regno dell’altro ed essere così il sovrano di tutto il mare conosciuto. 
I due giovani erano stati cresciuti come fratelli. Sin da quando erano nati avevano passato insieme le estati a giocare a nascondino tra i boschi, ascoltare il canto delle cicale e cercare ristoro nell’acqua limpida del mare. Passavano intere giornate tra le calette dei due regni per sfuggire agli obblighi regali ed essere solo fanciulli. 
Appena appresa la notizia della faida, senza nemmeno pensarci, i due scapparono di casa sicuri della meta: la Caletta della Luna, il posto dove i due regni si congiungevano. Ci vollero due giorni e due notti a cavallo per raggiungerla, ma entrambi, quasi si fossero dati appuntamento, si ritrovarono in quel posto col fiato corto e gli occhi carichi di lacrime. 
“Ti aspettavo” disse il principe.
“Sapevo ti avrei trovato qui” rispose la principessa.
Si strinsero in un lungo abbraccio silenzioso. Fu quello il momento in cui i due si resero conto che non erano più due fratelli, ma un giovane uomo e una giovane donna. 
La testa di lui sprofondò

giovedì 18 maggio 2017

SARÒ MAMMA!

Sarò mamma o forse no.
Ultimamente me lo chiedo spesso, ma non perché sia scattato l'orologio biologico o sia successo qualcosa che non mi aspettavo. 
Appassionata di sociologia mi guardo intorno e vedo una spaccatura delle trentenni di mezzo corso. Abbiamo le single dopo decenni, le neo separate, le fidanzate da una vita e le spose perfette. Tra queste dobbiamo ancora dividere tra chi ha o non ha prole.
Premetto che non vuole essere una critica, né tanto meno una presa di posizione, solo il punto di vista di chi, come me non ha ancora procreato a questa età.

Quando hai trentasei anni e non hai figli ti trovi a essere la rappresentante di una categoria ben precisa: futura puerpera attempata (dando per scontato che prima o poi ti farai fecondare).
Errato. Alle volte non filiare è una scelta, libera.
Capita, lo dico per esperienza, di trovarti al supermercato e di essere l'involontaria protagonista delle critiche della signora dei salumi: "Mio figlio ha quasi 18 anni e io sono ancora giovane, non come le donne d'oggi che aspettano di aver le ovaie rattrappite per provare ad avere figli. Non sanno cosa si perdono. Poi si lamentano che non riescono ad averli".
Tu ti guardi attorno e sei sicura che anche se non ti conosce sta proprio parlando di te. Lo sai  perché al posto di avere un carrello o almeno un cestino, hai le mani impegnate a tenere le pizzette e le patatine e ti stai domandando come impilerai il resto delle cose che ti capiteranno sotto tiro.
Sai che sta parlando di quelle come te, perché quella non è la spesa di una che deve tornare a casa e sfamare un figlio, al massimo un gatto autosufficiente.
Tu un poco umiliata cerchi di deviare rubando al volo un cestino abbandonato, ci lanci la roba e per consolarti dall'amaro giudizio voli a prendere del cioccolato col caramello, un sacchetto di Haribo e una birretta. In fondo tu non hai nessuno a cui dare il buon esempio. Al massimo farai i conti con la cellulite che però non ti giudica, anzi ti sta attaccata al sedere come un'amica fedele.

Se hai trentasei anni e non hai figli è già da un po' che hai iniziato a dividere le uscite con gli amici. Tra quelli con prole e quelli senza: raramente le cose coincidono perché giustamente "i bambini hanno le loro esigenze” e tu pensi (ovviamente nella tua testa) che tu hai le tue.
Quando esci con gli amici i mini-loro, soprattutto quelli che escono di rado e parlano ancora meno in genere si propongono tre scenari.

Scenario 1: gli amici single o che insistono a voler vivere da fidanzati nonostante siano quasi in età da pensione (tra questi mi ci metto anche io), si ritrovano a colloquiare con piccoli uomini e piccole donne abbandonati a se stessi da premurosi genitori che per una sera vogliono godersi una serata tra adulti. Sembra strano, stranissimo lo ammetto, ma anche quelli senza figli hanno piacere a trascorrere qualche ora in compagnia di amici che vedono poco, magari, e scusate se esagero, bevendo in  tranquillità un bicchiere di vino. 
Il nostro stress ovviamente non è paragonabile a quello di un genitore ti raccontano da sempre. Chissenefrega se ti sei alzata alle sei e normalmente la tua giornata non sai quando possa avere fine. Con altrettanta franchezza devo dire che spesso quelle versioni mignon di bipede sono una compagnia più interessante e frizzante di genitori lagnosi. Sono limpidi, diretti, senza filtri e dotati di quella splendida cattivissima malizia che li porta ad arrivare dritti al punto, non ancora vestiti della pudicizia del perbenismo. Forse è per quello che li stimo, forse è per questo che ci tengo  a continuare a coltivare i miei 5 anni.

Ma non perdiamo il filo.

Scenario 2: l'amica senza figli,

venerdì 5 maggio 2017

DA INSTAGRAM ALL’ANIMA, LA LINEA PERFETTA.

“Ci si può infatuare di un profilo Instagram?” si era chiesta quando si accorse che ogni giorno aspettava ansiosa un post, di quel profilo che fino a poco tempo prima le era sconosciuto, uno tra i tanti.
Non aveva un’orario, arrivava, punto. Lei controllava, aprendo e chiudendo la App, quasi a intervalli regolari, per paura di perdere quel modo di guardare il mondo. Era un mondo fatto di curve dritte e linee perfette. Uno sguardo acuto, curioso, attento al dettaglio, a ciò a cui le persone non fanno caso. Ad ogni post un commento, una citazione in cui trovare un messaggio sottile, velato ma altrettanto diretto.
In particolare la colpì un’immagine. Sembrava una chiave di violino, forse una mensola di design o la decorazione di un portone, ma Rachele aveva deciso che si trattasse di un’onda, lei ci vedeva un’onda.
Andò a leggere curiosa il testo come se già ne conoscesse le parole: 

“Aveva sempre avuto un senso dell’assurdo ben sviluppato - addirittura, direi, una filosofia che ruotava intorno al gusto dell’imperfezione, al sentimento classico del possibile, all’idea che gli dei si trastullino con noi”. Una vita sulle onde. #williamfinnegan #giorniselvaggi #surfinglife #openbookclub #bebookers #moodoftheday

Sussultò come se le avessero letto il diario segreto che  teneva al tempo del liceo, ma con una mano delicata tanto da non sembrare invadente. Prese il libro che stava leggendo perchè come un Tommaso doveva constatare che fossero le stesse parole che quel pomeriggio aveva sottolineato a matita. La piega su quelle pagine rugose e la nota sulla terza di copertina confermò l’ipotesi. Stavano leggendo lo stesso libro, facendosi impressionare dagli stessi pensieri, immaginando lo stesso mare.

Con dedizione ritagliò il tempo per aprire tutti i post, guardare attraverso i suoi occhi e immaginare tramite le sue parole.
La aveva colpita quel nick neutro come un verbo latino. Poteva essere un uomo, una donna, una giovane o un anziano. Non aveva sesso, età, mestiere o forma eppure le si arrossavano le guance ogni volta che apriva quel profilo.

Pensava che non avrebbe più sentito la primavera invadere il suo stomaco, ma improvvisa in una fredda giornata di fine febbraio il sole le attraversò l’anima. Una linea perfetta tra ragione e cuore.

Chi si celava dietro i libri di D.J. Wallace, le pagine di Carver, l’armonioso sempervivum, le corde di una chitarra, le geometrie dei palazzi, la giocosità delle città, le fragilità di chi aveva sofferto, ma credeva nell’amore cercandolo tra i colori accesi della vita e le note acute dei silenzi. Chi poteva cercare la Bellezza con lo stesso punto di vista che avrebbe avuto lei, con la stessa spasmodica ricerca dell’angolatura, la luce e le sue ombre.

Rachele aveva quasi paura a immaginare, a disegnare una fisionomia. Sicuramente una persona curiosa, attenta ma dotata di leggerezza e resilienza pensava.
Di primo acchittò immaginò un uomo. Probabilmente sui quaranta, una vita e una donna alle spalle. Non doveva essere finita bene, non per lui almeno. Un archietto, un designer o un filosofo. Le piaceva immaginare un uomo capace di essere vicino anche a chilometri di distanza, capace di grande passione e tenerezza.
Forse proprio quel romanticismo un pò vintage faceva deviare l’idea sul fatto che fosse una donna. Una lettrice assennata e una vaggiatrice per dedizione. Gioiosa e fresca come la rugiada sui mughetti. Il suo profumo ricercato, ma delicato sulla pelle bianca.
La curiosità era più forte della tenacia. Rachele cercò qualche indizio che ne potesse svelarne l’idendità. Degli occhi azzurri, mani sottili gli unici appigli di foto sfocate e mai in dettaglio.
Aveva inziato a mettere un like a ogni post sperando che si accorgesse di questa sua ammirazione. Ogni tanto tanto un commento, ma con il timore di essere come uno sconosciuto che bussa la porta con la pretesa di entrare ed essere a casa.
Rachele si sentiva ridicola all’idea di aspettare quel post, ma non poteva farne a meno. Decise di scrivergli. Poi abbandonò l’idea, che riprese con la scusa di un augurio formale per una delle tante ricorrenze sul calendario.
Riaprendo Instagram un’icona segnalava un messaggio privato. 
Il cuore iniziò a battere con la foga di chi vuole sapere e la paura di non è sicuro di voler conoscere la verità. Tanto chi stava davanti allo schermo sapeva, almeno virtulamente, sapeva chi fosse, nome e cognome inclusi.
Un click tra loro. Un grosso respiro e… “Auguri anche a te”.
Rachele sospirò sollevata, l’identità non era stata svelata. La sua fantasia poteva continuare a non avere limiti.
Come un “ciao” quotidiano si scambivano like, una sorta di caffè pagato al bar.

E’ noto che la curiosità sia femmina. Genera aspettative e a un certo punto, nonostante l’intelletto suggerisca il contrario, chiede risposte univoce e delinate.
Rachele voleva attaccarsi a una ruga, un’espressione facciale, degli occhi, una smorfia della bocca o il gesto inconsapevole di una mano.
“Vediamoci” scrisse in un giorno di pioggia che l’aveva riporata a un inverno troppo rigido per un cuore che inseguiva il sole. In un pomeriggio in cui cercava la luce.
Nessuna risposta. Rachele si convinse di avere rotto magia con quella richiesta capricciosa.
Una mattina aprile smise di piovere. Era da poco passata l’ora del secondo caffè mattutino, quella in cui di solito suona il postino.
“Domani. Mezzogiorno. Fondazione Feltrinelli. Sarò lì”.
Rachele non rispose.

Contò i passi che la dividevano dall’entrata e dalla tanto ricercata realtà. Di lì a poco avrebbe incontrato lei o lui, non importava. Avrebbero per la prima volta guardato nella stessa direzione. Una linea perfetta tra loro.
Le 11.59.
Rachele sì fermò di scatto sapendo di essere osservata e decisa voltò le spalle all’immenso edificio-acquario.  Fece uno scatto delle pareti di vetro mettendolo on line istantaneamente: 

“Nuda sei semplice come una delle tue mani,
liscia, terrestre, minima, rotonda, trasparente”. #ore12 #pabloneruda #lalineaperfetta

Aspettandoti. Dedicato a te…