venerdì 26 agosto 2016

COMPROMESSO - EROTIC NOVEL

Nella vita ci sono sempre dei compromessi da sottoscrivere. Questo però aveva il sapore inebriante delle prime mattine di primavera, dove l’aria frizzante racconta che presto ci sarà l’estate, dove il profumo di nuova vita ubriaca a tal punto da rendere tutto possibile. “Casa” era ufficialmente di Agata e Pablo. A convincerli era bastato un pomeriggio senza aspettative. Per la prima volta non avevano dato spazio ai progetti, alle responsabilità, al lavoro, ai ma e ai perché. A guidarli solo la pancia. Una follia? Non secondo Erasmo Da Rotterdam.

Si erano presi del tempo per avere un ordinato caos. Del tempo dovuto alle loro vite passate, al loro essere presente, al non conoscere il futuro. Complici le innovazioni tecnologiche e la grande fortuna di avere due lavori “moderni”, plasmabili sulla persona e non sui luoghi fisici, i nuovi abitanti di “Casa” avevano deciso di trasferire le loro sedi di lavoro fronte mare. Il modo di far filare le cose lo avrebbero trovato, con calma, con il loro metodo: impreciso, illogico, perfetto per contenerli.

Pablo che di latino aveva solo il nome (fortemente voluto da sua madre che, durante i suoi studi all'Accademia delle Belle Arti, del più famoso pittore ne aveva fatto il suo uomo ideale sognando una fuga in Provenza per esserne la musa ispiratrice) aveva ridotto al minimo le sue consulenze finanziarie per diventare Capitano. Con un poco di sforzi e un paio di bordate alla Borsa aveva battezzato con una preziosa bottiglia di prosecco ghiacciata Pauline,15 metri di felicità. Pauline l’unica che poteva mettersi tra Agata e Pablo con il suo scafo longilineo e le vele color petrolio. 
Agata di suo, che cento ne pensava e mille ne faceva, impossibilitata a stare con le mani in mano, un domenica di maggio aveva trovato il suo spazio alla locanda, gestita dall’anziana Marta.

Il primo vero sole aveva convinto i turisti a ripopolare le coste, Marta a riaprire la terrazza e Pablo a riprendere i viaggi con Pauline e un gruppo di turisti tedeschi.
Agata di suo, quando lui era per mare  nel giorno del Signore soleva mangiare alla locanda. Come in un rito tantrico, arrivava alle 12.30 in sella alla sua vecchia moto Guzzi, ordinava un bicchiere di bianco fruttato al banco e fino alle 13 faceva conversazione con Marta. All’ora del pasto si spostava nel piccolo tavolino nell’angolo a sinistra della sala da pranzo, posava un plico di lettere sulla tovaglia a quadrettoni rossi. 

Avevano iniziato a scriversi lettere d’amore da prima di conoscersi, da prima di sapere che non si sarebbero lasciati mai. Almeno una a settimana, era diventata la regola, da lasciare negli angoli nascosti della casa di lei o lui. Piccole sorprese, coccole per l’anima per non dimenticare mai di essere come all’inizio, se lo erano promesso. Ora che il tetto era diventato lo stesso, le lettere trovano rifugio negli angoli più disparati di “Casa”. Tra le lenzuola, che venivano cambiate ogni sabato mattina, dentro il portavivande in acciaio del nonno in cui mettevano il caffè, tra i pizzi di lei o nella cassetta degli attrezzi di lui.  

Ogni volta che Pablo partiva per un viaggio però, le lettere venivano messe sotto il cuscino sinistro della cabina padronale di Pauline, accompagnate dalle mutandine che la sera prima erano state sfilate in quello stesso letto. Agata voleva ribadire a Pauline che avevano il permesso di partire, ma che l’unico odore, l’unico sapore, l’unica da cui sarebbe sempre tornato era sempre e solo lei. Pablo era un uomo libero, erano il suo cuore e il suo cervello a essere impegnati.

Quel giorno il manicaretto tardava e così Agata prese a leggere le lettere di Pablo, in attesa di nuove parole ben sigillate in carta da lettere profumata d’ambra. Tardavano, ma era solo perché il mare ha le sue regole e i suoi tempi, lei poteva solo aspettare. Le lunghe mani laccate di rosso delinearono con delicatezza i bordi della busta come se accarezzasse quelli del suo amato, la aprì con ardore e malizia come quando le sua gambe scivolavano sulle lenzuola bianche per aspettare l’arrivo di lui. Sospirò iniziando a leggere:



mercoledì 10 agosto 2016

HARLEY-DAVIDSON® ROADSTER™: PENSAVO FOSSE UN FLIRT INVECE É STATO AMORE

Immaginate la situazione giusta: golfo di Saint-Tropez, un week-end di primavera, il mare, il primo sole caldo sulla pelle, l’euforia di essere all’Euro Festival Harley-Davidson e tanta tanta voglia di divertirsi.

Ci siamo conosciute lì, quasi per caso, un pomeriggio in cui tutte e due avevamo altri programmi, ma come capita quando due sono destinate a inontrarsi, è intervenuto un amico suggerendoci di passare insieme qualche ora e di non perderci l’occasione di partecipare alla Parade.
L’ho guardata, un pò intimidita, una ragazza così non è facile da portare in giro: l’ultima arrivata, quella tanto attesa, quella su cui tutti avrebbero voluto fare un giro. Avremmo sicuramente avuto gli occhi puntati addosso, ciò comportava una grande responsabilità e la paura di non essere all’altezza. 

Nella vita però bisogna saper cogliere le opportunità e le sfide. E così in un pomeriggio di primavera ci siamo piaciute. Nonostante l’inizio un pò incerto a causa della mia poca dimestichezza con una tipetta del genere, si è creata una bolla che potrei descrivere solo attraverso le parole dell’Equipe 84:

“Poi d'improvviso lei sorrise
e ancora prima di capire
mi trovai sottobraccio a lei
stretto come se
non ci fosse che lei.
Vedevo solo lei
e non pensavo a te.
E tutta la città
correva incontro a noi…”

Le curve sinuose della Provenza, il profumo intenso delle prime sbocciature e l’aria salmastra che inebria le narici a ricordare che la bella stagione è arrivata. 
Elegante, sinuosa, facile da accompagnare, ma allo stesso tempo con carattere e spirito d’iniziativa. La Harley-Davidson® Roadster mi ha rapita, stregata, completamente affascinata. Ma sì sa, queste emozioni durano il tempo di un battito di ciglia. Abbiamo flirtato per un week end ed era il momento di tornare a casa dalla mia vecchiona con lo sguardo basso di chi sa di aver tradito, di chi ha sentito battere il cuore per un’altra.

Sono tornata a casa turbata, questo incontro mi aveva spiazzato. Un tarlo costante nel volerla avere ancora, almeno una volta. Una volta ancora mia, una volta ancora tra le mie mani.
Lo sguardo perso, i continui riferimenti a lei… Persa. Sono intervenuti gli amici: le sue chiavi nelle mie mani per una settimana. Il cuore è esploso di felicità. 
Un unico problema tra me e lei: la vecchiona. Era necessario non si incontrassero, per rispetto. Così come vuole la tradizione del peggiore dei latin lover, l’ho portata in vacanza al mare con la scusa di dover rimanere a lavorare in città, con la promessa che sarei arrivata presto per andare a scorrazzare col lei in Costa Azzurra. 
Ora c’eravamo solo lei e la mia amante. Per lei ho fatto cose che solo un’innamorata fa: cercare ogni momento libero per stare con lei, cosciente e avida del poco tempo concesso, portarla a Montevecchia per guardare il tramonto o alzarmi all’alba per una colazione bordo lago. 
7 giorni meravigliosi, 7 giorni in cui ho capito che non è stato solo un flirt di primavera o un amore estivo. Questa ragazzaccia apparentemente indomita, ha tutto quello che cerco: carattere, estetica, grazia, potenza, cuore. Si fa notare e sa stare in ogni luogo, può passeggiare come correre imponendo la sua audacia. Ha la bionditudine nell’anima.


E se di fidanzate, mogli, compagne se ne possono avere solo una alla volta, a lei posso dire:

“Baby, questo non è un addio, ma un arrivederci!”


venerdì 5 agosto 2016

FARO NELLA NOTTE - RACCONTO EROTICO

Il modo migliore per augurarvi buone vacanze... è raccontarvi una storia!

FARO NELLA NOTTE

Ci avevano messo un po'. Avevano vissuto in città, ma era troppo rumorosa per i loro silenzi fatti di sguardi e nonostante il centro fosse bello, non era il loro centro. Avevano vissuto in campagna, ma era troppo silenziosa per accogliere le loro risate. Avevano girato il mondo per trovare il loro mondo. E lo avevano trovato lì, vicino al faro. Quella piccola casa dalle grandi vetrate a picco sul mare era arrivata per caso, un giorno d’estate quando ormai avevano smesso di cercare, quando ormai avevano quasi abbandonato la speranza di trovare un rifugio su misura e di abbandonarsi a un posto che li contenesse più che ospitasse, le famose quattro mura.

Agata, che era più stabile sui tacchi che sul un paio di Havaianas molto trendy che aveva cocciutamente voluto indossare per dimostrare di poter stare con i piedi per terra, aveva conclamato la sua resa appoggiando la schiena a un vecchio muro, incurante che l’edera o qualsiasi altra cosa potesse macchiare il candore del vestito in sangallo bianco. Aveva guardato Pablo dritto negli occhi senza proferire parola. Loro parlavano anche così, con gli occhi. In quello sguardo un messaggio chiaro, lineare, senza fronzoli: “Ti seguirò anche in capo al mondo, ma tutto questo sali e scendi mi ha distrutto. Fermi-amo-ci un momento”. 
Era seguita una fragorosa risata, complici di una sana propensione a volersi sorprendere ogni giorno innamorati. 
Pablo si era avvicinato come per spostarle i capelli e lei era già pronta ad accoglierlo. Era sicura che la volesse, lì in quel momento, come due ore prima in un parcheggio pubblico  o come la mezz’ora dopo tra l’ombra della pineta e il canto delle cicale. Non esisteva il momento sbagliato per prendersi, solo quello giusto.
Lo stupore si dipinse sul volto di lei, non la cercò, ma delicato spostò i rampicanti dietro la sua amata per andare a scoprire una targhetta in ceramica con la scritta “Casa” dipinta in un bel colore blu Tuareg. Sotto un cartello malamente scritto a mano: “Vendesi”.

Lo stupore infastidito di Agata mutò in un sorriso compiaciuto di chi ha ricevuto un regalo inaspettato. Le prese la mano alla ricerca dell’entrata, che era lì, nascosta tra i gelsomini ribelli. L’eccitazione che li percorreva era quella che accompagna i fanciulli nelle imprese proibite, come entrare nel garage di papà, nello studio del nonno o frugare tra i gioielli di mamma. Senza mai lasciarsi entrarono ubriacati dal profumo di quel giardino sfuggito al controllo dell’uomo ed esploso al comando dell’estate. 
Di fronte a loro una vecchia casa dalla facciata che una volta doveva essere stata bianca, gli infissi in legno ormai corrosi da sole e sale e una grande porta in legno con un battente in ferro, ormai ossidato, con la faccia di Eolo a far da guardiano.
Agata nella sua romantica scaramanzia bussò tre volte all’uscio prima di entrare guardando Pablo come fanno i bambini che credono ancora alle favole. Pablo nella sua radicata razionalità numerica aveva ceduto nel tempo a questo vezzo primitivo che era parte della singolarità di quella donna e che aveva deciso di avere al suo fianco. Lei è così, si era detto.
Al di là della pesante soglia scricchiolante, una cucina in muratura dava direttamente su una grande sala in cui spiccava un tavolaccio in rovere. Doveva aver visto numerose battaglie quel legno.

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E LA STORIA CONTINUA...